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Relazione con borderline con tratti bipolari

Buona sera dottore,

      Antonio Dott. Miscia

      Le scrivo a proposito della mia relazione con una ragazza borderline. La diagnosi è avvenuta, credo, qualche anno fa, ed il disturbo della personalità è accompagnato da una forma di depressione probabilmente attenuatasi nel corso degli anni. Una conoscenza superficiale potrebbe permettere di inquadrarla come una persona normalissima, eppure, entrando in confidenza con lei, i suoi problemi diventano immediatamente evidenti. Anzitutto ha un umore fortemente instabile, una minima osservazione critica, o che possa esser da lei interpretata come critica, diviene motivo di depressione. Talvolta questi episodi depressivi si presentano spontaneamente, senza alcun motivo esterno apparente, e durano in genere per mezza giornata o una giornata intera. A questi stadi depressivi seguono in genere anche momenti di allegria, immotivata, o comunque sproporzionata rispetto al fattore scatenante. Sotto altri punti di vista la relazione con lei è anomala. Malgrado l’età non ha mai avuto rapporti durante le sue (pochissime) precedenti relazioni, fra l’altro estremamente turbolente, e solo con me sembra avere le sue prime esperienze di contatto fisico (come lei stessa afferma, e non credo ci sia motivo di dubitare), sebbene non abbia mai raggiunto il rapporto completo. Non intende però ammettere in alcun modo di avere dei problemi nella sfera della sessualità, e ai miei pochi tentativi di affrontare l’argomento (per me è normale, eventualmente, parlarne) si serra con una scusa, o reagisce con rabbia. A parole disdegna ogni forma di effusione, ma quando non si affronta l’argomento direttamente, si lascia andare di tanto in tanto a manifestazioni di affetto come baci, carezze, abbracci, le stesse che lei, a parole, dice di non voler concedere mai per ‘fastidio’. Conoscendo il suo passato, essendo stata cresciuta da una madre completamente anaffettiva, ed avendo avuto prima di me solo un paio di relazioni turbolente bruscamente interrotte (in modo per lei anche umiliante) credo che la radice del problema, della sua avversione per il contatto fisico, sia da rintracciare nel suo passato. Ma non intendo far lo psicologo. Mi interessa il suo passato perché intendo capir meglio lei. Ormai sono abituato ai suoi violenti sbalzi d’umore. Sono abituato che a volte mi faccia sentire una persona preziosa e poi, in momenti più ‘cupi’ sembri non considerarmi affatto. So che ci tiene a me, ma che nella nostra relazione c’è un terzo elemento, oltre me e lei, di cui tener conto: il suo disturbo. Io sono sinceramente intenzionato ad aiutarla. In passato ho avuto relazioni più ‘gratificanti’ sotto altri aspetti, ma sono convinto che sotto la corazza di problemi che si è venuta sedimentandosi negli anni lei sia una persona straordinaria. Il problema è, come posso aiutarla io? Non m’illudo certo di poter sostituire uno psicoterapeuta, ma sono convinto di poter ‘fare qualcosa’ oltre starla a sentire e sforzarmi sempre di capirla. Il guaio è che non vorrei questo sia solo un aspetto del vortice di sensazioni e tentativi di manipolazione a cui lei cerca inconsapevolmente di sottopormi. All’inizio reagivo ad affermazioni assurde controbattendo, ragionando, ma ho visto che l’unico risultato è quello di farla infuriare e serrare in sé stessa. Ho quindi deciso di evitare di commentare certe sue esternazioni, o farlo solo in modo blando, pur senza cambiare radicalmente condotta con lei (ad esempio lei odia parlare di qualunque cosa abbia attinenza col sesso e dice di provar schifo, ma si abbandona volentieri alle effusioni, sempre più a mano a mano che il tempo passa, basta non parlarne). Lei attualmente assume diversi medicinali al giorno, ma non è in psicoterapia. E la cosa mi preoccupa: ci sono prospettive di miglioramento in queste condizioni? Come posso farle capire che ha bisogno di una cura specifica per il suo problema senza scontrarmi con la sua convinzione che non vi sia nulla da fare? La sua convinzione è radicata anche nelle parole di un suo psichiatra che, in passato, ha definito le sue condizioni ‘incurabili’, trattandola di fatto in modo vergognoso e disumano. E riguardo la mia condotta verso di lei? È sensato non opporre apertamente resistenza a certi suoi comportamenti ‘folli’ o dovrei forse cercare di essere inflessibile? La ringrazio per una risposta. Cordiali saluti, Roberto