Depressione

Tipicamente si distinguono in:
A) Depressioni endogene (indipendenti da eventi precipitanti), uni e bipolare
B) Depressioni reattive, legate ad eventi scatenanti di tipo abbandonico e di perdita (lavoro, affetti, menomazioni fisiche, etc.)
Queste due entità nosologiche sono da alcuni considerate un continuum, da altri due affezioni qualitativamente diverse e questo spiegherebbe perché la prima risponde bene ai farmaci antidepressivi, nella seconda invece sia più utile un intervento psicoterapeutico.
Sembrano esposti alla depressione soggetti con un narcisismo contrassegnato da immaturità, con insicurezza di base e mancanza di fiducia, di fondo, delle proprie capacità, bisogno di riconoscimento e di stima e che contrassegnano spesso le loro relazioni con valenze di dipendenza e di appoggio.
Questo tipo di personalità li rende vulnerabili alle frustrazioni e agli abbandoni che le loro esigenze affettive e la loro ambivalenza di fondo possono provocare.
I sintomi della depressione sono quantitativamente presenti in base alla entità del quadro che varia dal lieve fondo depressivo distimico esistenziale fino alla melanconia endogena.
Essi riguardano l’umore: il soggetto si sente svalutato, isolato, incompreso, inutile, con ideazioni pessimistiche rivolte a sé a ciò che lo circonda.
Si lamenta circa il suo destino infausto, ha paura della morte e dell’abbandono, il futuro suscita in lui apprensione poiché è visto in una luce sinistra.
L’ansia è diffusa, ma può organizzarsi a livello somatico con cefalee, vertigini, spasmi di natura varia, turbe del sonno, dell’appetito e della sessualità.
Inoltre è presente inibizione motoria sotto forma di stanchezza, una astenia che compare fin dal mattino e che non è attenuata dal riposo.
La gravità del quadro è in relazione al fatto, come dicevamo, che sia presente un fattore scatenante o meno e quanto sia realisticamente rilevante questo evento.

Depressione esistenziale
La depressione esistenziale è una entità nosologica molto dubbia perché presuppone che prendiamo in esame il concetto di cosa sia uno stato mentale normale e alterato e se il dolore è un fattore ineludibile o meno della nostra esistenza. La visione Giudaico- Cristiana svaluta la vita terrena sostenendo che essa è un transito, che il dolore non è una condizione imprescindibile della esistenza, che esso è dovuto alla colpa del peccato originale da cui è possibile redimersi, che è quindi utile a fini espiativi,che è il fattore più potente che induce alla speranza e alla fede, che la vita futura, la vera vita, sarà senza dolore. Le filosofie orientali ci suggeriscono che il dolore è legato alla ricerca di soddisfazione dei desideri che è continua ed ininterrotta, perché una volta che l’obbiettivo è raggiunto nasce subito una nuova aspirazione in un susseguirsi senza sosta. Quindi esiste una intima connessione tra desiderio e dolore e, solo quando avremo abbandonato i desideri, scompariranno ansie, angosce, depressioni e tutti i sentimenti spiacevoli che la nostra entità psicosomatica può produrre. Il problema della angoscia esistenziale è comunque un tema già profondamente sentito dagli antichi Greci i quali , come dice Nietsche, hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e l’atrocità dell’esistenza”.
Essi hanno percepito la tragicità dell’esistenza nella contrapposizione tra le esigenze della natura e le aspirazioni del singolo. Le leggi di natura dicono infatti che ogni singola esistenza deve morire affinché si generino nuove vite, le quali prendono il posto delle precedenti in una circolarità della vita e della morte. Il singolo invece grida ad alta voce la sua voglia di vivere e rifiuta questo passaggio di testimone. Il Greco elabora risposte attive alla ineluttabilità della morte, sostenendo che non bisogna illudersi e nemmeno rassegnarsi ma conoscere (màthesis).
La scuola stoica sosteneva che il dolore, quando era ineludibile e non dipendeva da noi poteva e doveva essere sopportato (substine ed abstine); certamente, quando era nelle nostre capacità, bisognava combatterlo con ogni mezzo. Ecco il concetto greco di “aretè” che è l’equivalente della “virtus” latina, la capacità di eccellere, di essere il migliore,però vivendo e conoscendo il proprio limite (katà mètron), cioè con atteggiamento di saggezza (phrònesis).
La Psicanalisi con Freud in sintonia con gli assunti filosofici dell’epoca, prima illuministi poi positivisti, riprende il tema della ragione come unico strumento per esplorare l’inconscio, per bonificarlo, sottraendoci così al dolore che deriva soprattutto dalla ignoranza delle parti nascoste del nostro sé.”Dove era l’Es deve subentrare l’Io”. Di nuovo il Gnothi seautòn del tempio di Delfi, il nosce te ipsum.Una volta assoggettato all’io, il nostro inconscio non potrà essere più fonte di dolore o sofferenza, anche se Freud scrive anche che questo profondo lavoro non ci condurrà alla felicità ma alla normalità esistenziale. Il punto è probabilmente questo, che esiste un disagio ineliminabile nel vivere per il fatto stesso che la vita conduce alla morte, e che, come dice Freud, vivere significa, in fondo, accettare di morire lentamente.